È pieno pomeriggio, ma già il sole sta per sparire dietro ai monti che circondano la cala di Cartagena. Sarebbe, in teoria, quasi inverno, ma il sole splende caldo e vincente in un cielo terso e azzurro.
La luce si rifrange sull'acqua appena increspata, restituendo alla mia vista infiniti bagliori, come se il sole non fosse fatto di semplice luce ma di una colata di oro limpido e incandescente, o magari una cascata di diamanti e topazi che galleggiano sull'acqua, allegri come solo qualcosa fatto di luce può esserlo.
Il pomeriggio festivo scivola placido come il volo dei gabbiani sul porto, dimentico di ogni leopardiana memoria.
Il vento fa dondolare le navi ancorate e s'infila rapido e freddo nelle stradine del centro della città, spingendo la gente ad uscire dall'ombra e a cercare gli ultimi raggi di sole. I monti coperti di verde tutt'attorno alla baia paiono far di guardia alla città.
Sul lato sinistro della città si ergono le rovine di una fortezza, di epoca per me imprecisata, circondata da povere case abbarbicate alla collina. Ho esplorato quelle rovine, avventurandomi per una mulattiera tortuosa orlata di rifiuti fino all'entrata del forte, che si è rivelato essere ora niente più che una discarica a cielo aperto, per poi addentrarmi su per oscuri passaggi e scalinate che mi hanno condotto fino ai punti più alti della costruzione.
Da lì, circondato di arbusti spinosi e fiori selvatici dal profumo primaverile, ho ammirato tutta la città e la baia, godendomi il sole e il vento di questa strana giornata primaverile.
Purtroppo la brezza marina ha fatto volare via pure le ore, e in breve il sole ha abbandonato la sua smagliante lucentezza per spegnersi lentamente dietro le montagne. Nelle prime ore della notte già mi lasciavo alle spalle Cartagena e le luci del suo porto.
La luce si rifrange sull'acqua appena increspata, restituendo alla mia vista infiniti bagliori, come se il sole non fosse fatto di semplice luce ma di una colata di oro limpido e incandescente, o magari una cascata di diamanti e topazi che galleggiano sull'acqua, allegri come solo qualcosa fatto di luce può esserlo.
Il pomeriggio festivo scivola placido come il volo dei gabbiani sul porto, dimentico di ogni leopardiana memoria.
Il vento fa dondolare le navi ancorate e s'infila rapido e freddo nelle stradine del centro della città, spingendo la gente ad uscire dall'ombra e a cercare gli ultimi raggi di sole. I monti coperti di verde tutt'attorno alla baia paiono far di guardia alla città.
Sul lato sinistro della città si ergono le rovine di una fortezza, di epoca per me imprecisata, circondata da povere case abbarbicate alla collina. Ho esplorato quelle rovine, avventurandomi per una mulattiera tortuosa orlata di rifiuti fino all'entrata del forte, che si è rivelato essere ora niente più che una discarica a cielo aperto, per poi addentrarmi su per oscuri passaggi e scalinate che mi hanno condotto fino ai punti più alti della costruzione.
Da lì, circondato di arbusti spinosi e fiori selvatici dal profumo primaverile, ho ammirato tutta la città e la baia, godendomi il sole e il vento di questa strana giornata primaverile.
Purtroppo la brezza marina ha fatto volare via pure le ore, e in breve il sole ha abbandonato la sua smagliante lucentezza per spegnersi lentamente dietro le montagne. Nelle prime ore della notte già mi lasciavo alle spalle Cartagena e le luci del suo porto.
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