mercoledì 10 luglio 2013

Case vecchie e case nuove

Sono stato pigro, negli ultimi mesi. O forse mi andava di lasciarmi travolgere dagli eventi, anche se potrebbe essere una comodissima scusa per l'incuria in cui ho lasciato questo blog.
Quattro mesi sono difficili da riassumere. Se sono mesi di Erasmus poi... Abbastanza materiale per farci un corposo romanzo che nessuno leggerebbe, quindi tanto vale concentrare un unico post su un solo, importantissimo momento: il ritorno.


L'aereo atterra violentemente con un rimbalzo sull'asfalto della pista. Un risveglio traumatico da un sogno agitato, come una secchiata d'acqua gelida nel bel mezzo di un terribile incubo. Il problema era che questo incubo cominciava con il risveglio.
Fuori dal finestrino scorre un paesaggio fin troppo familiare. Un cielo grigio e opprimente, tutto fuorché estivo, sostituisce il caldo sole e il profondissimo azzurro che al decollo l'avevano salutato mentre l'aereo si staccava da quell'aeroporto lontano, e il sonno calava pesante sulle sue palpebre. Dormire per non pensare. Dormire per non sentire, per non rendersi conto di quello che stava succedendo, dormire per difendersi dal panico, dall'angoscia, da qualunque emozione terribile sarebbe potuta uscire dal buco nero che la partenza aveva creato nella sua mente.
Dormire per la stanchezza, la stanchezza di un'ultima notte di veglia, di varie ultime notti di veglia e notti luminosissime, piene di gente e bevute e corse per quella città enorme fatta a saliscendi.
Dormire dormire dormire, e sperare che tutto fosse solo un brutto sogno, dormire e far tacere quella vocina interiore che ossessivamente ripeteva “È finita! È finita!”. Dormire, estrema necessità.
Ma il sonno ha la brutta abitudine di esaurirsi, così come i voli hanno tutti una destinazione che, bella o brutta che sia, raggiungono prima o poi, e la realtà è sempre lì fuori ad aspettarti appena scesa la scaletta.
Un gradino dopo l'altro. Il suono dei suoi piedi sul ferro degli scalini è come un macabro martello che scolpisce la lapide dell'anno appena passato. Sorride mentre si avvia al pullman che lo condurrà all'uscita del terminal arrivi. Sorride anche se non ne ha nessuna voglia. Che immagine stupida mi è venuta in mente, pensa. Non vuole essere così negativo, no. Però il magone è lì, quel groppo in gola che aveva già sentito altre volte, ma mai così forte.
In un attimo si trova fuori dall'aeroporto, stretto tra le braccia dei suoi genitori e di alcuni amici che hanno improvvisato un'accoglienza a sorpresa. Baci, battute, valige caricate sull'auto diretta verso a casa, la vecchia casa.
Il ritorno. È qualcosa di strano, una cosa a cui ha cercato di non pensare mai, fino al momento in cui è avvenuto. Nel turbinare di giorni e notti che sono stati i suoi ultimi mesi all'estero, il Ritorno era un mostro spesso evocato nei discorsi di tutti. Ci si confrontava, ci si disperava in anticipo. Si contavano le caselle sul calendario, i mesi, le settimane. Ma non per lui. Per lui tutto era solo un evento lontano, che lo lasciava indifferente come l'eruzione di un vulcano su una sperduta isola del Pacifico. Un momento impossibile, irreale, che non aveva un posto assegnato nella storia. Nella sua storia.
Ed ora è lì, su quella terra che ha girato in lungo e in largo, su strade che conosce a memoria diretto verso una vita che gli pareva così lontana nello spazio e nel tempo.
L'irrealtà. È questa la sensazione più forte che vive, seduto nell'auto dei suoi. Una grande, disorientante sensazione di irrealtà. Non è vero, non è possibile, pensa. Non posso trovarmi qui. Non può essere tutto ancora così... così immutato.
È come se avesse davanti un muro trasparente, di quelli belli spessi, fatto di quel vetro che ti permette sì di vedere nitidamente dall'altra parte, ma che sfalsa l'immagine appena cambi punto di vista. È tutto uguale, ma diverso. È un mondo irreale quello in cui si trova, un mondo ai limiti della finzione, come se con il brusco risveglio dell'atterraggio fosse stato paracadutato in un romanzo di fantascienza dove qualche malvagio maldestro, per ingannarlo, ha voluto ricreare tutto il suo passato commettendo però errori in molti particolari: dei palazzi in più, nuove impalcature e rotonde, cartelloni pubblicitari e murales mai visti, una vecchia casa abbattuta al cui posto c'è una voragine nel terreno.
Si sente separato, scollato, distante da questo mondo. Un sogno continuo ad occhi aperti.
Ripensa a casa sua. Ora è costretto a distinguere tra una casa “vecchia” ed una “nuova”. La prima, sua dimora un'altra volta, per chissà quanto tempo. La seconda... non era solo una casa, un edificio. Era una città intera. Un insieme turbinante e irrefrenabile di voci, luoghi e volti. Ricordi che si affacciano alla sua memoria così freneticamente da confonderlo.
Sa di non essere l'unico ad affrontare tutto questo. Sa di far parte di una grande comunità che ora si aggira per tutto il continente con lo sguardo perso e spaesato, ognuno lungo le proprie vecchie strade, nelle proprie vecchie case.
Si fa forza, guarda il cielo innaturalmente grigio ed oppressivo e sospira. Reagirà, perché ne sarà costretto. Farà cose, vedrà gente, continuerà lungo una strada ormai più definita, un enorme, leggerissimo bagaglio dentro di sé.
Le case sono come nidi, da cui volare. Radici, da cui partire come semi leggeri sparsi da una pianta, spinti dai venti. Le case possono essere grandi, enormi, o raccolte e minuscole, sporche, incasinate, lucide, asettiche. Le case sono composte da edifici, ma anche da persone, città e paesi interi.

È questo che lui pensa, con un ultimo sospiro, lo sguardo verso qualcosa di lontanissimo ed invisibile. Due passi in più, e la vita ricomincia.

mercoledì 27 febbraio 2013

L'appartamento spagnolo - Palazzo de Ricci

Su Facebook a settembre ho creato un album di fotografie. L'ho intitolato "Questo non è un Erasmus", e raccoglie le foto fatte in questi sei mesi a Madrid. Non ricordo bene perchè avessi deciso di intitolarlo così, probabilmente era un goffo tentativo di originalità, giusto per evitare uno scialbo "Erasmus Madrid" con più o meno punti esclamativi o non so che altre graficherie varie.
Fatto sta che ora, a mesi di distanza dal momento della sua creazione, non c'è titolo che mi sembri più adatto. Dico questo perchè in queste settimane sono successe tante cose che mi hanno fatto riflettere su questa prima parte dell'Erasmus.
L'evento più importante è stato l'abbandono di Casa Oca, il mio castello polveroso nella semiperiferia madrilena dal grande mastio terrazzuto, per cercarmi una nuova dimora.
È così che sono giunto a Palazzo de Ricci, un appartamento per sei persone pieno di vita, caos, rumore e, soprattutto, storie. Le mura di questa caso hanno accolto almeno per un decennio varie tornate di inquilini, soprattutto studenti stranieri, e ciascuno di loro è che come se avesse lasciato un segno del suo passaggio in questo luogo.
I muri piastrellati della cucina sono pieni delle scritte più disparate, di disegni, annunci, firme, date, fogli e immagini appesi, promemoria e saluti. Ogni angolo nasconde un oggetto che è il risultato di qualche scorribanda alcolica, o un acquisto sconsiderato, o qualcosa dimenticato da qualcuno nella fretta della partenza da chissà chi. I letti, le sedie, i divani, raccontano di tante e tante altre vite, e ogni giorno di più mi pare di trovarmi all'interno di un santuario, un Santuario alla Vita, o meglio alla Gioventù (non prendetela come qualcosa di vetero-fascista eh), un luogo a metà strada tra il laico e il religioso, una specie di museo sacro.
Ci sono mensole con oggetti abbandonati da chissà quanto tempo che nessuno si è mai preoccupato di sistemare, o di gettare, lasciandoli lì, persi nel loro oblio a scadenza, in attesa di un destino inevitabile, di un infame sacchetto della spazzatura.
Palazzo de Ricci è la casa che aspettavo da tempo.
Proprio per questo ho ricominciato a pensare al titolo di quell'album di foto. In effetti, finora non era stato un Erasmus. O per lo meno, era stato un'Erasmus un po' strano, influenzato da Casa Oca e dalla sua posizione. Insomma, un Erasmus molto indie.
Ora invece cambia tutto. Un periodo si è veramente chiuso, e in realtà l'idea che più appare lampante è proprio quella: io ora ho iniziato un altro Erasmus, quasi del tutto nuovo, con tante cose da scoprire, tanti posti da esplorare e persone da conoscere. Un Erasmus che, ça va sans dire, ha bisogno di un nuovo album fotografico che ne raccolga le avventure e le storie.
E quale miglior inizio, se non documentare quello Palazzo de Ricci?

C'è un'altra cosa che ha segnato molto questo periodo. Febbraio non è stato un mese di cambiamento solo per il mio di Erasmus, ma in realtà un momento cruciale nell'Erasmus di tutti, soprattutto perchè hanno cominciato a partire alcuni dei nostri più cari amici, già giunti al termine della loro corsa sul suolo madrileno.
Le feste di "despedida" si susseguono una dopo l'altra, incalzanti, imbattibili. Non c'è niente da fare: mentre quotidianamente ci è ricordato quanto poco manchi in realtà anche alla fine del nostro Erasmus, viviamo un fenomeno di frantumazione. Ad ogni partenza è un pezzo diverso di noi che parte, che va per l'Europa, allontanandosi e staccandosi da noi per chissà quanto tempo.
Sono pezzi dei nostri cuori, dei nostri fegati, dei nostri cervelli, pezzi partiti per chissà dove che però vengono presto ricambiati, anche se la cicatrizzazione dell'addio è lunga e laboriosa, e lascia dei segni in chiunque.
Però c'è qualcosa di strano in questo. I frammenti di noi stessi che sono lontani non diventano alieni, non diventano altro rispetto quello che noi siamo. Rimane un legame, un fortissimo legame che mantiene il contatto tra le parti e il tutto, e che paradossalmente attraverso una perdita ti fa diventare più grande, più esteso, legato a luoghi e persone altre che normalmente sarebbero irraggiungibili.
So che è un concetto espresso molto male, ma spero di essere almeno riuscito a far passare l'idea di base di questa riflessione.
Abbiate pietà, la privazione di sonno mi sta uccidendo.
A preso.

domenica 6 gennaio 2013

Un presente come un gioco

Già rapide scivolano le notti di questi primi giorni dell'anno.
Questa Natività un po' spagnola e un po' italiana è già entrata a far parte della storia passata delle nostre vite, lasciandosi dietro le spalle una ormai classica scia di decorazioni, luminarie, pacchi scartati e piatti sporchi che va dal Manzanarre al Serio (andata e ritorno).
Mai mi ero soffermato sull'idea che tornare a casa potesse essere una vacanza. È in realtà una realtà di cui già avevo sentito parlare, captando sensazioni e discorsi di altri amici già girovaghi in seguito alle varie loro vicende. Ma era, naturalmente, qualcosa che non mi riguardava, ancorato (bloccato?) come ero o mi sentivo alle mie tranquille e nebbiose terre padane.
Non c'è stata una qualche sorta di catarsi, o chissà che momento topico, al mio tornare a Bergamo, certo no... D'altronde ancora a lungo sarò animato da questa smania di viaggio che sentivo inquieta in me da tempo, ed son passati così pochi mesi perché la lontananza potesse averla domata, trasformandola in nostalgia e voglia di tornare a casa. I luoghi, le persone, le abitudini erano uguali, cambiati in pochi piccoli dettagli che solo un occhio esperto e ancora allenato poteva notare. È stato un reimmergersi in una vita lasciata sospesa, che era subito pronta ad accoglierti di nuovo. Come quando si ritorna in un letto abbandonato da poco, e il corpo ritrova subito e con facilità il proprio posto comodo.
Ma poi subito la smania della partenza si è fatta sentire, e una volta tornato nell'"altra" casa si è fatta immediatamente strada in me una sensazione calda di benvenuto e pace, come quando ci si rende conto di essere esattamente nel posto dove si dovrebbe essere.
Ad accogliermi le nuove abitudini, le nuove persone, i nuovi luoghi che già però non sono più solo, o tanto "nuovi", ma anche, e soprattutto, "miei".
Ciò non toglie che l'anno nuovo abbia portato nuove sorprese e altre novità, altri cambiamenti. Quella che sembrava essere una vita ora già più regolare e regolata, basata sui suoi riti e percorsi, ha i giorni contati.
Ubi maior minor cessat, e in questo caso il maior costringe me e il mio compagno di viaggio di Casa Oca ad abbandonare questo nido per cercarne un'altro, a ritornare sulla strada in cerca di un nuovo posto dove ristabilirsi.
Sconcerto, incredulità e anche rabbia, per tutto questo, tanto per il pessimo tempismo (gramo mese gennaio, da sempre) quanto per l'affetto che ormai ci legava a questo luogo. Già si rimpiangono i giorni e le notti non vissute in questo nostro castello di periferia che dall'alto del suo bastione soleggiato ci concede una vista sulla città impareggiabile e senza paragoni.
Eppure già lo sento, quel piccolo demone che soffia sulle mie braci. Ràsa bergamasca, sòta la sender brasca, e aggiungerei che ognuno brucia a proprio modo, per i propri fini e con i propri sòch (se volete poi ve la traduco). Un po' come un vaporetto ho i motori sotto pressione, ed è bastato annusare il cambiamento nell'aria per farmi fremere, farmi dimenticare tutto e lasciarmi prendere dalla smania per il nuovo. Cambiare, cambiare tutto, già che si deve. Vivo quasi con ansia questa nuova situazione, e non vedo l'ora di gettarmici a capofitto per vivere senza sosta questi prossimi sei mesi che mi restano all'ombra della corona spagnola.
I bergamaschi come piccoli e famosi personaggi tolkeniani, regolari, abitudinari e non inclini alle avventure, ma che quando sentono il fuoco sotto i piedi non si fermano più, e vanno cavalcando mari e venti. 
Forse è un'idea un po' romantica e romanzata, ma chissà, magari un fondo di verità in questo ritratto c'è.



Vi lascio con una piccola scoperta recente, per la quale ringrazio Marta. Un giovane Fabrizio Guccini in salsa lariana, dalle sponde di quel lago che tutti dicono assomigliare ad un uomo ma che in realtà è più una donna, da amare, corteggiare e rispettare.
Un poco come "La Mar" che il mio compagno di viaggio colombiano sempre porta nel cuore. Ma rimanderò ad un altro giorno questa storia, che altrimenti rischio di cadere in eccessivi misticismi naturo-animistici.
Buon ascolto.



mercoledì 2 gennaio 2013

Cartolina da Cartagena - 08/12/12

È pieno pomeriggio, ma già il sole sta per sparire dietro ai monti che circondano la cala di Cartagena. Sarebbe, in teoria, quasi inverno, ma il sole splende caldo e vincente in un cielo terso e azzurro.
La luce si rifrange sull'acqua appena increspata, restituendo alla mia vista infiniti bagliori, come se il sole non fosse fatto di semplice luce ma di una colata di oro limpido e incandescente, o magari una cascata di diamanti e topazi che galleggiano sull'acqua, allegri come solo qualcosa fatto di luce può esserlo.
Il pomeriggio festivo scivola placido come il volo dei gabbiani sul porto, dimentico di ogni leopardiana memoria.
Il vento fa dondolare le navi ancorate e s'infila rapido e freddo nelle stradine del centro della città, spingendo la gente ad uscire dall'ombra e a cercare gli ultimi raggi di sole. I monti coperti di verde tutt'attorno alla baia paiono far di guardia alla città.
Sul lato sinistro della città si ergono le rovine di una fortezza, di epoca per me imprecisata, circondata da povere case abbarbicate alla collina. Ho esplorato quelle rovine, avventurandomi per una mulattiera tortuosa orlata di rifiuti fino all'entrata del forte, che si è rivelato essere ora niente più che una discarica a cielo aperto, per poi addentrarmi su per oscuri passaggi e scalinate che mi hanno condotto fino ai punti più alti della costruzione.
Da lì, circondato di arbusti spinosi e fiori selvatici dal profumo primaverile, ho ammirato tutta la città e la baia, godendomi il sole e il vento di questa strana giornata primaverile.


Purtroppo la brezza marina ha fatto volare via pure le ore, e in breve il sole ha abbandonato la sua smagliante lucentezza per spegnersi lentamente dietro le montagne. Nelle prime ore della notte già mi lasciavo alle spalle Cartagena e le luci del suo porto.



martedì 4 dicembre 2012

Respiro

Che bella Madrid in queste notti.
Richiamato all'aperto dal bussare del vento alle mie finestre mi ritrovo all'improvviso in terrazza.
E' freddo, il vento corre, un po' ulula e un po' rantola, dipende da quale camino o portone incontra sulla sua strada. Dalla mia casa una canzone che vorrebbe essere da estate canta le sue note storte.
In cielo la Luna è una mezza palpebra che ammicca con un sorriso d'argento, avvolta da mille brillantini stellari sparsi in vaire costellazioni.
Poche nuvole bianche, rilucenti, in fondo al paesaggio, laggiù, vicino al limite, nuvole di vapore di antichi treni partiti verso chissà quale destinazione, mentre il vento fa cantare i platani sui viali al suono delle loro ultime foglie stanche.
E' un respirare faticoso e affannato, lento, come quello di un suonatore di bottiglie vuote sfinito dalla performance.
Intanto stesa sulle sue colline, la città ammicca con sfida e malizia al cielo, sicura e strafottente nelle sue luci tremolanti.
Respiro l'aria fredda dell'inverno, respiro il vento sulla faccia, e con un brivido scuoto quel torpore euforicalcolico che mi stava invadendo.
Che bella Madrid, in queste notti.

lunedì 26 novembre 2012

Nuvole

Nuvole
tra noi e il cielo
come ricordi
tra noi e il sonno.
Nuvole
tra noi e il cielo
a ricordarci
che l'infinito
è sempre un passo
più in là
del nostro sguardo.


sabato 27 ottobre 2012

Lenti spesse

Ridendo e scherzando il tempo è volato più velocemente del solito e già è ben avviato il terzo mese di permanenza madrilena. Parrebbero due settimane. E' un po' il problema della doppia natura del tempo che sfugge a definizioni univoche e che si compiace dell'essere insopportabilmente lento nel passare e incredibilmente rapido nel ricordo.
Fatto sta che è giunto il momento che mi decida a lasciarvi questa piccola storia che mi frulla in testa da settimane e che è vita vissuta. Abbiate pietà, come sempre mi decido a scrivere a orari improbabili, e i risultati si vedono.



Madrid non dorme mai. Quando si parla con qualcuno che ci ha passato un po' di tempo (per intenderci, più di un mese) c'è questo aspetto che accomuna i racconti di tutti. Puoi girarla in qualunque ora di qualunque giorno di qualunque stagione con qualunque tempo, e sempre vedrai più gente in giro di quella che abita in tutta Bergamo (perdonatemi l'iperbole, ma è per rendere l'idea). D'altronde quello che le guide non dicono (ma che a volte dicono gli albergatori) è che fondamentalmente a Madrid c'è ben poco da fare per un turista, soprattutto se confrontata con le altre capitali europee (insomma, andate a Tallin e vi fate una gita molto più particolare e sorprendente). Tre, quattro giorni e si è visto tutto quello che può essere compreso nel programma del turista medio. Perché in realtà Madrid è una città da vivere.
Vivere una città vuol dire diventarne parte, per il tempo che si ha disposizione. Vuol dire esserne cittadino, o almeno fingersi tale, mischiarsi tra gli abitanti e diventare un po' parte di quel flusso che la anima.
Vuol dire formarsi un piccolo repertorio di abitudini, ritmi e riti da applicare tutti i giorni o quasi: avere una fermata del pullman notturno di riferimento e conoscerne gli orari, avere un lato della strada preferito, ricordarsi della sequenza di locali e negozi in una via, fare le varie spese in determinati posti, incontrare le stesse persone negli stessi posti.
C'è un incontro tra i tanti che è diventato quasi un abitudine, una figura particolare uscita direttamente dalle peregrinazioni notturne in Gran Via in attesa dell'agognato bus notturno N16, bus che dondolante mi riporta a casa ogni notte.
Si tratta di una minuta signora anziana, piccola e bianca, intabarrata in un cappottone rosso un po' logoro, dal viso molto magro e rugoso incorniciato da un paio di occhiali dalle lenti molto spesse, così spesse da sembrare uscire direttamente da un cartone animato. Lenti così spesse che quadruplicano le dimensioni dei vecchi occhi donandogli una enormità lucida, quasi bovina.
Questa anziana signora la trovo sempre alla fermata dell'N16 a metà tra Calle de Fuencarral e Callao, a qualunque ora della notte e con qualunque tempo.
L'ho vista seduta sui piccoli seggiolini della pensilina, a volte sveglia e vispa, a volte calante, vinta da un sonno simile forse solo a quello dei bambini piccoli piccoli che s'addormentano sul piatto da cui stanno mangiando (ma d'altronde non si dice che invecchiando si ritorna alle origini?) che la lasciava accartocciata su sé stessa seduta sul freddo metallo della seggiola della pensilina, un po' inclinata ora da una parte, ora dall'altra.
L'ho vista sdraiata sopra (a volte tra) dei cartoni posti nell'atrio del palazzo immediatamente dietro la fermata dei bus, addormentata profondamente, oppure appoggiata ad un muro, in attesa. Una cosa su cui sono abbastanza certo è che non è una senzatetto, perchè, richiamando il discorso precedente sulle abitudini in una città, anche la (purtroppo vasta) comunità di chi sta ai margini della società assume i suoi tratti particolari riconoscibili. Ci sono luoghi, orari e riti, sempre e comunque definiti o definibili, e si finisce per imparare. Anche prima di riuscire a parlarci sapevo che lei non faceva parte di questa comunità. La credevo una comune passeggera dei bus notturni, sempre in attesa di una qualche vettura particolare che la riportasse a casa, magari dopo una serata passare a lavorare chissà dove, tanto più che durante il giorno spariva, e non la incontravo neppure tutte le notti.
Però caso volle che, anche solo per un piccolo momento, le nostre vite s'incrociassero per permetterci di conoscerci e scoprirci un poco.
Fu una notte in cui ci trovammo seduti l'uno accanto all'altra sui freddi sedili in metallo della solita pensilina, io con il mio classico bagaglio di stanchezza tappata tra due cuffiette piene di musica, lei ciondolante e rannicchiata in una sonnolenza elettrizzata da guizzi improvvisi di sveglia lucidità.
I ricordi un po' si confondono ora, e non possiedo la sicurezza matematica di come si svolse la conversazione, ma quello che mi pare di ricordare è che iniziammo con il più banale e classico degli argomenti, il clima. E così partendo dai discorsi sul cambio repentino della temperatura dovuto al vento dei giorni precedenti e attraversando inframezzi di suo appisolamento ho finito per scoprire che lei in realtà, anziana madrilena "de madrid" (per parafrasare la definizione orgogliosa dei "romani de roma" che possono vantare ascendenze generazionali come abitanti dell'Urbe), passava le sue notti a quella pensilina in attesa solo di poter iniziare il suo lavoro (non precisato) alle sei di mattina in un posto a sua volta non precisato presso Plaza de Cibeles. Lei scoprì dal mio accento (ahimè) le mie origini italiane e si informò sulla mia permanenza a Madrid.
Uno scambio breve, di poche parole, in attesa di un bus, e purtroppo tante cose già si sono perse, anche a causa del suo difficile accento e della mia incapacità di intendere tutto e di proseguire in maniera adeguata la conversazione.
Ma quel poco è sicuramente abbastanza per essere un tesoro, un qualcosa che lascia come un brillare di fascino, meraviglia e curiosità per una vita che sembra restare appesa a degli occhiali dalle lenti spesse.
Un'altra gemma incastonata nella trama preziosa dei ricordi di questi momenti madrileni.


Vi lascio con questo video di una delle mie ultime passioni musicali. Per fortuna il pleier stupido per youtube di questa piattaforma mi ha trovato esattamente il video che volevo. Godetevelo, che merita (anche solo per Natalie Portman in salsa Bolliwood).