mercoledì 27 febbraio 2013

L'appartamento spagnolo - Palazzo de Ricci

Su Facebook a settembre ho creato un album di fotografie. L'ho intitolato "Questo non è un Erasmus", e raccoglie le foto fatte in questi sei mesi a Madrid. Non ricordo bene perchè avessi deciso di intitolarlo così, probabilmente era un goffo tentativo di originalità, giusto per evitare uno scialbo "Erasmus Madrid" con più o meno punti esclamativi o non so che altre graficherie varie.
Fatto sta che ora, a mesi di distanza dal momento della sua creazione, non c'è titolo che mi sembri più adatto. Dico questo perchè in queste settimane sono successe tante cose che mi hanno fatto riflettere su questa prima parte dell'Erasmus.
L'evento più importante è stato l'abbandono di Casa Oca, il mio castello polveroso nella semiperiferia madrilena dal grande mastio terrazzuto, per cercarmi una nuova dimora.
È così che sono giunto a Palazzo de Ricci, un appartamento per sei persone pieno di vita, caos, rumore e, soprattutto, storie. Le mura di questa caso hanno accolto almeno per un decennio varie tornate di inquilini, soprattutto studenti stranieri, e ciascuno di loro è che come se avesse lasciato un segno del suo passaggio in questo luogo.
I muri piastrellati della cucina sono pieni delle scritte più disparate, di disegni, annunci, firme, date, fogli e immagini appesi, promemoria e saluti. Ogni angolo nasconde un oggetto che è il risultato di qualche scorribanda alcolica, o un acquisto sconsiderato, o qualcosa dimenticato da qualcuno nella fretta della partenza da chissà chi. I letti, le sedie, i divani, raccontano di tante e tante altre vite, e ogni giorno di più mi pare di trovarmi all'interno di un santuario, un Santuario alla Vita, o meglio alla Gioventù (non prendetela come qualcosa di vetero-fascista eh), un luogo a metà strada tra il laico e il religioso, una specie di museo sacro.
Ci sono mensole con oggetti abbandonati da chissà quanto tempo che nessuno si è mai preoccupato di sistemare, o di gettare, lasciandoli lì, persi nel loro oblio a scadenza, in attesa di un destino inevitabile, di un infame sacchetto della spazzatura.
Palazzo de Ricci è la casa che aspettavo da tempo.
Proprio per questo ho ricominciato a pensare al titolo di quell'album di foto. In effetti, finora non era stato un Erasmus. O per lo meno, era stato un'Erasmus un po' strano, influenzato da Casa Oca e dalla sua posizione. Insomma, un Erasmus molto indie.
Ora invece cambia tutto. Un periodo si è veramente chiuso, e in realtà l'idea che più appare lampante è proprio quella: io ora ho iniziato un altro Erasmus, quasi del tutto nuovo, con tante cose da scoprire, tanti posti da esplorare e persone da conoscere. Un Erasmus che, ça va sans dire, ha bisogno di un nuovo album fotografico che ne raccolga le avventure e le storie.
E quale miglior inizio, se non documentare quello Palazzo de Ricci?

C'è un'altra cosa che ha segnato molto questo periodo. Febbraio non è stato un mese di cambiamento solo per il mio di Erasmus, ma in realtà un momento cruciale nell'Erasmus di tutti, soprattutto perchè hanno cominciato a partire alcuni dei nostri più cari amici, già giunti al termine della loro corsa sul suolo madrileno.
Le feste di "despedida" si susseguono una dopo l'altra, incalzanti, imbattibili. Non c'è niente da fare: mentre quotidianamente ci è ricordato quanto poco manchi in realtà anche alla fine del nostro Erasmus, viviamo un fenomeno di frantumazione. Ad ogni partenza è un pezzo diverso di noi che parte, che va per l'Europa, allontanandosi e staccandosi da noi per chissà quanto tempo.
Sono pezzi dei nostri cuori, dei nostri fegati, dei nostri cervelli, pezzi partiti per chissà dove che però vengono presto ricambiati, anche se la cicatrizzazione dell'addio è lunga e laboriosa, e lascia dei segni in chiunque.
Però c'è qualcosa di strano in questo. I frammenti di noi stessi che sono lontani non diventano alieni, non diventano altro rispetto quello che noi siamo. Rimane un legame, un fortissimo legame che mantiene il contatto tra le parti e il tutto, e che paradossalmente attraverso una perdita ti fa diventare più grande, più esteso, legato a luoghi e persone altre che normalmente sarebbero irraggiungibili.
So che è un concetto espresso molto male, ma spero di essere almeno riuscito a far passare l'idea di base di questa riflessione.
Abbiate pietà, la privazione di sonno mi sta uccidendo.
A preso.

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