Che bella Madrid in queste notti.
Richiamato all'aperto dal bussare del vento alle mie finestre mi ritrovo all'improvviso in terrazza.
E' freddo, il vento corre, un po' ulula e un po' rantola, dipende da quale camino o portone incontra sulla sua strada. Dalla mia casa una canzone che vorrebbe essere da estate canta le sue note storte.
In cielo la Luna è una mezza palpebra che ammicca con un sorriso d'argento, avvolta da mille brillantini stellari sparsi in vaire costellazioni.
Poche nuvole bianche, rilucenti, in fondo al paesaggio, laggiù, vicino al limite, nuvole di vapore di antichi treni partiti verso chissà quale destinazione, mentre il vento fa cantare i platani sui viali al suono delle loro ultime foglie stanche.
E' un respirare faticoso e affannato, lento, come quello di un suonatore di bottiglie vuote sfinito dalla performance.
Intanto stesa sulle sue colline, la città ammicca con sfida e malizia al cielo, sicura e strafottente nelle sue luci tremolanti.
Respiro l'aria fredda dell'inverno, respiro il vento sulla faccia, e con un brivido scuoto quel torpore euforicalcolico che mi stava invadendo.
Che bella Madrid, in queste notti.
Ridendo e scherzando il tempo è volato più velocemente del solito e già è ben avviato il terzo mese di permanenza madrilena. Parrebbero due settimane. E' un po' il problema della doppia natura del tempo che sfugge a definizioni univoche e che si compiace dell'essere insopportabilmente lento nel passare e incredibilmente rapido nel ricordo.
Fatto sta che è giunto il momento che mi decida a lasciarvi questa piccola storia che mi frulla in testa da settimane e che è vita vissuta. Abbiate pietà, come sempre mi decido a scrivere a orari improbabili, e i risultati si vedono.
Madrid
non dorme mai. Quando si parla con qualcuno che ci ha passato un po'
di tempo (per intenderci, più di un mese) c'è questo aspetto che
accomuna i racconti di tutti. Puoi girarla in qualunque ora di
qualunque giorno di qualunque stagione con qualunque tempo, e sempre
vedrai più gente in giro di quella che abita in tutta Bergamo
(perdonatemi l'iperbole, ma è per rendere l'idea). D'altronde quello
che le guide non dicono (ma che a volte dicono gli albergatori) è
che fondamentalmente a Madrid c'è ben poco da fare per un turista,
soprattutto se confrontata con le altre capitali europee (insomma,
andate a Tallin e vi fate una gita molto più particolare e
sorprendente). Tre, quattro giorni e si è visto tutto quello che può
essere compreso nel programma del turista medio. Perché in realtà
Madrid è una città da vivere. Vivere
una città vuol dire diventarne parte, per il tempo che si ha
disposizione. Vuol dire esserne cittadino, o almeno fingersi tale,
mischiarsi tra gli abitanti e diventare un po' parte di quel flusso
che la anima. Vuol
dire formarsi un piccolo repertorio di abitudini, ritmi e riti da
applicare tutti i giorni o quasi: avere una fermata del pullman
notturno di riferimento e conoscerne gli orari, avere un lato della
strada preferito, ricordarsi della sequenza di locali e negozi in una
via, fare le varie spese in determinati posti, incontrare le stesse
persone negli stessi posti. C'è
un incontro tra i tanti che è diventato quasi un abitudine, una
figura particolare uscita direttamente dalle peregrinazioni notturne
in Gran Via in attesa dell'agognato bus notturno N16, bus che
dondolante mi riporta a casa ogni notte. Si
tratta di una minuta signora anziana, piccola e bianca, intabarrata
in un cappottone rosso un po' logoro, dal viso molto magro e rugoso
incorniciato da un paio di occhiali dalle lenti molto spesse, così
spesse da sembrare uscire direttamente da un cartone animato. Lenti
così spesse che quadruplicano le dimensioni dei vecchi occhi
donandogli una enormità lucida, quasi bovina. Questa
anziana signora la trovo sempre alla fermata dell'N16 a metà tra
Calle de Fuencarral e Callao, a qualunque ora della notte e con
qualunque tempo. L'ho
vista seduta sui piccoli seggiolini della pensilina, a volte sveglia
e vispa, a volte calante, vinta da un sonno simile forse solo a
quello dei bambini piccoli piccoli che s'addormentano sul piatto da
cui stanno mangiando (ma d'altronde non si dice che invecchiando si
ritorna alle origini?) che la lasciava accartocciata su sé stessa
seduta sul freddo metallo della seggiola della pensilina, un po'
inclinata ora da una parte, ora dall'altra. L'ho
vista sdraiata sopra (a volte tra) dei cartoni posti nell'atrio del
palazzo immediatamente dietro la fermata dei bus, addormentata
profondamente, oppure appoggiata ad un muro, in attesa. Una cosa su
cui sono abbastanza certo è che non è una senzatetto, perchè,
richiamando il discorso precedente sulle abitudini in una città,
anche la (purtroppo vasta) comunità di chi sta ai margini della
società assume i suoi tratti particolari riconoscibili. Ci sono
luoghi, orari e riti, sempre e comunque definiti o definibili, e si
finisce per imparare. Anche prima di riuscire a parlarci sapevo che
lei non faceva parte di questa comunità. La credevo una comune
passeggera dei bus notturni, sempre in attesa di una qualche vettura
particolare che la riportasse a casa, magari dopo una serata passare
a lavorare chissà dove, tanto più che durante il giorno spariva, e
non la incontravo neppure tutte le notti. Però
caso volle che, anche solo per un piccolo momento, le nostre vite
s'incrociassero per permetterci di conoscerci e scoprirci un poco. Fu
una notte in cui ci trovammo seduti l'uno accanto all'altra sui
freddi sedili in metallo della solita pensilina, io con il mio
classico bagaglio di stanchezza tappata tra due cuffiette piene di
musica, lei ciondolante e rannicchiata in una sonnolenza elettrizzata
da guizzi improvvisi di sveglia lucidità. I
ricordi un po' si confondono ora, e non possiedo la sicurezza
matematica di come si svolse la conversazione, ma quello che mi pare
di ricordare è che iniziammo con il più banale e classico degli
argomenti, il clima. E così partendo dai discorsi sul cambio
repentino della temperatura dovuto al vento dei giorni precedenti e
attraversando inframezzi di suo appisolamento ho finito per scoprire
che lei in realtà, anziana madrilena "de madrid" (per
parafrasare la definizione orgogliosa dei "romani de roma"
che possono vantare ascendenze generazionali come abitanti
dell'Urbe), passava le sue notti a quella pensilina in attesa solo di
poter iniziare il suo lavoro (non precisato) alle sei di mattina in
un posto a sua volta non precisato presso Plaza de Cibeles. Lei
scoprì dal mio accento (ahimè) le mie origini italiane e si informò
sulla mia permanenza a Madrid. Uno
scambio breve, di poche parole, in attesa di un bus, e purtroppo
tante cose già si sono perse, anche a causa del suo difficile
accento e della mia incapacità di intendere tutto e di proseguire in
maniera adeguata la conversazione. Ma
quel poco è sicuramente abbastanza per essere un tesoro, un qualcosa
che lascia come un brillare di fascino, meraviglia e curiosità per
una vita che sembra restare appesa a degli occhiali dalle lenti
spesse. Un'altra
gemma incastonata nella trama preziosa dei ricordi di questi momenti
madrileni.
Vi lascio con questo video di una delle mie ultime passioni musicali. Per fortuna il pleier stupido per youtube di questa piattaforma mi ha trovato esattamente il video che volevo. Godetevelo, che merita (anche solo per Natalie Portman in salsa Bolliwood).
Essere in Erasmus permette allo
studente straniero di isolarsi dal mondo, di ignorare tanto le
notizie tanto sul proprio paese d'origine quanto su quello ospite. Si
può vivere in una bolla fatta di fiestas, bevute e serate con altri
Erasmus, immersi nel divertentismo più sfrenato.
Perfino in un momento come questo, in
un paese ormai tristemente famoso per i suoi problemi come la Spagna,
con un poco di impegno ci si potrebbe dimenticare di tutto, ignorare
tutto e annegare nella birra.
Ma la realtà entra sempre di
prepotenza nelle nostre vite, fosse anche solo attraverso degli
striscioni appesi nella hall di un'università o delle scritte sui
muri.
L'autunno madrileno già si è scaldato
con il fuoco della protesta e della rabbia. Non è possibile
raccontare nel dettaglio in breve tutta la serie di proteste che si
stanno consumando in queste settimane, dal corteo festoso, rumoroso,
allegro e pentolante di sabato 13 ai tre giorni appena conclusi (e in
verità poco sentiti) di sciopero studentesco. Per non parlare di
tutto quello che si prepara per novembre. Rimane un unico dubbio, una
strana sensazione che aleggia sui luoghi delle proteste appena
concluse. È una sensazione di incompiutezza, come se mancasse
qualcosa, come se dopo il rumore, i cori e la rabbia tutto si
dissolvesse nell'aria e sparisse, senza lasciare veramente un segno,
un cambiamento, una qualche nuova coscienza della forza della massa.
Ma forse questa è solo l'idea di un outsider che deve ancora
approfondire meglio la realtà delle cose ed entrare nei meccanismi
che regolano una società diversa dalla propria. Ci sono ancora tante
esperienze e progetti da scoprire, conoscere e raccontare. Il viaggio
continua.
Tornare a Bergamo è stato un fatto veramente strano, soprattutto per le sensazioni che ha lasciato.
Era passato un mese da quando avevo lasciato l'aeroporto di Orio, un mese volato ovviamente in maniera estremamente rapida, con i giorni che sgocciolavano via rapidi come i bicchieri di vodka bevuti da dei polacchi.
Un mese è abbastanza per rendere irreale il ritrovarsi per le campagne e le strade a cui ero più che abituato e non sufficiente a rendermele totalmente estranee.
Immutabilità, piccolezza. Una città giocattolo, dove mi sentivo quasi un estraneo, no meglio come colpevole, colpevole di trovarmi nel luogo sbagliato. Ecco, come un senso di colpevolezza a ripetere rituali e gesti ripetuti centinaia di volte e a provare di nuovo sensazioni uniche settembrine.
Il rumore delle castagne matte che esplodono dal loro guscio spinoso.
La prima aria fredda, piccole stilettate fredde come preannuncio dell'inverno, la pioggia, le pozzanghere, i bus pieni e dondolanti, il traffico con i soliti burini col culo al caldo in macchine non abbastanza grandi e fighe per il loro ego frustrato. I giri notturni in auto lungo strade vuote, quando ormai ci si è abituati alla frenesia di una città che non dorme mai., o campagne silenziose e buie.
Amici rivisti e mai sentiti lontani, nonostante i chilometri e i giorni di lontananza.
Forse è stato un po' come un sogno. Una parentesi di sonno più lunga del solito. Uno di quei sogni in cui sei particolarmente presente a te stesso e capisci quando è arrivato il momento di abbandonare, di lasciare, che c'è un altro percorso da seguire, un'altra casa cui ritornare.
Non ci sono state neppure poi grandissimi emozioni, al ripartire. Come se d'altra parte fosse tutto previsto, giusto e corretto nel succedersi di gesti ed eventi. Sentire che si è nel posto giusto, veramente giusto.
Isacco
Madrid non dorme mai. Puoi girare veramente a qualunque orario e ci sarà sempre gente. Gente di tutti i tipi, lavoratori, sfattoni o festaioli. Persone come la vecchietta della pensilina, seduta in mezzo a tanti altri in attesa dei bus notturni e intenta a guardarli passare attraverso un paio di occhiali che le rendono gli occhi enormi.
Ci sono poliziotti e netturbini, cinesi che agli incroci vendono birra e bibite, prostitute africane sotto i ponteggi (questa è zona loro, mentre in Calle de la Montera ci sono le spagnole e quelle dall'Est Europa).
E' normale che in tutto ciò capitino incontri. Incontri strani, particolari.
Stanotte ad esempio, una volta realizzato di dover attendere più di un'ora per il bus notturno successivo, mi sono diretto da uno dei suddetti cinesi per calmare la mia sete con dell'acqua, e mentre parlavo in uno spagnolo mediamente stentato a un cinese che stentava assai a comprendere quello che gli dicessi mi rivolge la parola un altro passante.
Ho conosciuto così R., 29 anni portati piuttosto male e una storia particolare ancora in fase di sviluppo che mi è stata raccontata come un fiume in piena in un linguaggio stranissimo fatto di napoletano e spagnolo.
Un peregrino senza nessun titolo di studio oltre la terza media, nessuna specializzazione né abilità particolari se non quella di raggiungere qualunque angolo del mondo nel momento in cui le cose lì si mettono peggio.
Un viandante originario di Avellino ma che ha vissuto e lavorato a Roma, Milano e perfino Romano di Lombardia (BG, dietro casa mia insomma) prima di arrivare in Spagna cinque anni fa spinto dall'amore per una donna spagnola.
Anni vissuti e guadagnati con la sublime arte d'arrangiarsi, procurandosi di volta in volta un lavoretto qui e un lavoretto là e abitando un po' ovunque a causa dei gravi problemi sorti a quanto pare molto presto con l'amata (con figlio di mezzo).
Una via di mezzo tra un emigrante e un punkabbestia, con racconti e aneddoti di gente incontrata e avventure vissute in giro per Madrid, il tutto condito da pillole di filosofia di strada su società, economia, lavoro e crisi, e valutazioni sulle differenze di stile di vita esistenti tra l'Italia e la Spagna.
Un racconto in itagnolo che avrebbe potuto prolungarsi fino all'alba (non che mancasse molto) visto anche che lui era costretto a stare in giro fino alle sei passate per attendere il momento adatto a risolvere qualcheduna delle sue magagne.
Tutto ciò lascia una strana sensazione. Questa immediata comunanza, questa affinità, questa apertura che solo la sospensione della vita creata dalla notte unita all'atmosfera particolare di questa città può creare...
Forse non ci incontreremo più, io e R., o forse si, perchè anche una città come Madrid sa rivelarsi molto piccola, un piccolo pueblito. Quién sabe?
Quello che rimane è un'altra tasca piena di memorie nel bagaglio delle esperienze, e qualcosa su cui pensare un po' durante la notte, o quel che ne resta.
Nonostante l'inclemenza astronomica che lentamente erode attimo su attimo la luce del giorno, le notti si fanno sempre più rapide sulle rive del Manzanarre.
Si moltiplicano gli incontri, e la città va via via svuotandosi di turisti e riempiendosi di studenti da tutta Europa e da tutto il mondo. Sera dopo sera cambiano le compagnie, e ogni giorno si organizzano diversi incontri con diversi gruppi.
Mutevole. Ecco come è tutto. Si attende che le cose diventino più chiare, dai contorni più definiti e che si stabiliscano i confini.
Per ora vige la sospensione dei giudizi. Bevi, mangia e parla. E sopravvivi a infarti e incidenti quando ti approcci in bicicletta stoicamente (e un po' masochisticamente) al saliscendi assassino di Madrid.
Le strade rimangono silenziose
e nella notte via via più fonda
tremolano dalle finestre le ultime luci.
Ultimi gesti quotidiani,
parole appese al filo di qualche telefono
o sparse a manciate
su terrazze e letti
mentre i semafori balbettano
il loro lampeggiare verderosso.
accompagnando il tranquillo sciabattare
di qualche ritardatario.
Si cerca il sonno,
cullati dalla fatica della vita vissuta,
dal ricordo a volte esagerato
di troppi amori sprecati,
delle tante rinunce senza un perchè,
dei dolori provati
e di quelli, terribili, causati.
Alla notte ci si abbandona
nell'attesa dell'alba
che tutto cancella.
Ancora ruttante per il primo pranzo da me cucinato nella nuova casa madrilena, mi svacco pacifico sulla terrazza.
Il ronfare tranquillo del traffico cittadino del quartiere Carabanchel scorre pacifico sotto di me, mentre una leggera brezza mi accarezza. Il sole si riflette nell'azzurro intenso del cielo e nel bianco di poche nuvole. Musica e tranquillità.
Madrid è stesa di fronte a me.
Questa città è, un po' più che altre, casa. Le vie strette della Chueca, piene di quella luce riflessa dal cielo che ti fa strizzare gli occhi quando sei all'ombra, i locali e le coppie gay, i manifesti pubblicitari ammiccanti e ambigui, l'ostello di Calle Barbieri. Tutto questo mi ha avvolto come un abbraccio in questi primi giorni.
Giorni passati a conoscere gente e a ritrovare la città. Puerta del Sol e la sua inondazione di luce, las Chicas de la Montera con i loro pantaloncini inguinali e le loro offerte d'amore a ore, i bar con le spillatrici al tavolo e l'Escorial.
Madrid è la sua gente, la tranquillità nell'andare in giro, le belle iniziative in barba alla crisi o contro di essa. E' le sue donne e ragazze, in un modo o nell'altro irresistibili, sia qualcosa nel modo di fare o negli sguardi e non solo nella semplice bellezza. La polizia in gialloblu, gli artisti di strada, le scritte anarchiche sui muri e quella tensione ribelle latente in attesa di scoppiare di nuovo.
Sicuramente ora vivo con l'occhio del nuovo arrivato, e godo nel romanzare molto la realtà.
Ma preferisco che per ora sia così, in attesa che inizia la vera vita frenetica che mi trascinerà via per questi mesi.
Isacco
venerdì 24 agosto 2012
Infindunque mi son deciso ad aprire questa nuova pagina di sproloqui dedicata all'avventura spagnola che ho appena intrapreso.
Questo è un piccolo post introduttivo che scrivo prima di andare a svaccarmi da qualche prato in qualche parte (lol!). Appena avrò un attimo di sbatti farò un mio bel post sbrodoloso con tutte le impressioni di questa vuelta a Madrid che, vi assicuro, son tante. Devo solo trovare la voglia di farlo.
Ah, la vacca che ride. Se avete mai frequentato i supermercati spagnoli sicuramente vi sarete imbattuti nei formaggini della Vaca que rìe. Quale miglior titolo per un blog?